“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti e io non dissi niente perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare”. (Bertolt Brecht)

giovedì 16 ottobre 2008

IL RITORNO DEL MAESTRO UNICO: non solo ragioni economiche





Una scuola da far paura
Il "disegno Tremonti" ha una motivazione ideologica. Distrugge le utopie della sinistra ma anche la stessa "riforma Moratti": così l'esordio del lucido e allarmante articolo di Italo Fiorin, apparso sul numero di martedì scorso, 16 settembre, del quotidiano "Europa".
* * *
Quale è il progetto di scuola che guida l'azione del governo? Prendiamo in considerazione quello che rappresenta il segnale più eloquente (meno folkloristico del grembiulino, meno enfatico del 5 in condotta, meno populista della riproposizione del voto): il ritorno al maestro unico nella scuola elementare.
Si tratta del primo vero provvedimento strutturale, capace di incidere in modo bruciante nel corpo della scuola.
La mossa è spiazzante, un blitz sul terreno meno presidiato dalle attese: tutti ad augurarsi il completamento di una riforma infinita, capace di proseguire e completare i provvedimenti avviati dai precedenti governi, ed ecco che viene rivoluzionato l'assetto ordinamentale della scuola primaria, quella che - insieme alla scuola dell'infanzia - meglio si comporta al vaglio delle valutazioni internazionali e gode di un larghissimo consenso tra i genitori.
Con una cifra democratica che si commenta da sé, eludendo il dibattito parlamentare ed evitando un qualsivoglia confronto con la scuola reale e con chi la rappresenta, il colpo di mano si concretizza in un amen.
Timide giustificazioni "pedagogiche" («anch'io ho avuto una sola maestra») tentano di coprire con una foglia di fico quella che ai più appare la vera ragione del provvedimento inatteso: il risparmio economico.
Gli sprechi non sono mai giustificati, ed è comprensibile che quando ci sono difficoltà economiche si spenda con maggior oculatezza.
Naturalmente i tagli e i risparmi riguardano ciò che viene considerato superfluo o meno rilevante, si cerca, insomma, il male minore. Non ci vorrebbe molto a dimostrare quanto siano pretestuosi o esagerati gli argomenti addotti. Si dice che tre insegnanti sono troppi per una classe, sottintendendo che siano impegnati su una sola classe, cosa che non è.
Ci sono situazioni nelle quali il rapporto numerico insegnante-alunni è eccessivo, ma si potrebbero sanare senza ricorrere alla macelleria grossolana; quando si fanno paragoni con altri stati, bisognerebbe ricordarsi che da noi operano insegnanti specializzati nel sostegno, e questo perché è stata fatta, a suo tempo, una scelta di civiltà che ci onora: l'integrazione degli alunni con disabilità e con problemi rilevanti nelle classi di tutti.
Se la nostra scuola primaria è tra le prime al mondo, lo si deve anche a questa scelta coraggiosa, che ha promosso l'individualizzazione dell'insegnamento, la pratica dei gruppi cooperativi, la cura della personalizzazione dell'apprendimento, e ha contribuito ad un rinnovamento della didattica purtroppo sconosciuto nella scuola superiore.
Oggi poi le classi sono sempre più multiculturali e sono la scuola dell'infanzia e quella elementare, ancora una volta, a farsi luogo di accoglienza e pacifica convivenza.
Naturalmente tutto questo ha un costo, in termini economici, che finora la nostra comunità nazionale ha dimostrato di apprezzare, ed in termini umani, perché sono i docenti e non i saccenti che sulla loro pelle sperimentano la fatica dell'inclusione.
Ma quello che viene svelato dal piccolo golpe estivo è qualcosa di più inquietante di una operazione contabile sulla pelle della scuola. La vera colpa della scuola primaria non è di costare troppo, ma di essere culturalmente irriducibile alla cultura che oggi vuole governare.
Quando il ministro Tremonti rinfaccia alla nostra scuola di essere figlia del '68, ci offre la vera chiave interpretativa.
La nostra scuola ha, in effetti, un debito con quel periodo, ma non secondo le allusioni del ministro, che attribuendovi l'inizio di tutti i mali, lascia intendere che prima la scuola funzionava bene.
Basti un solo richiamo emblematico: la lettera ad una professoressa, scritta dai ragazzi di Barbiana. È del 1967. Bisogna tornare a rileggerla, per ricordarci
come eravamo, con il grembiulino dal colletto inamidato e il libro di testo governativo.
Era una scuola che dava i voti e che bocciava. Era una scuola del merito? Era una scuola che aveva un orario di 24 ore. Era un tempo sufficiente per il figlio del dottore, ma per il figlio del bracciante? E la società è rimasta, oggi, quella di allora?
L'operazione nostalgia, in realtà, ha un'anima ideologica molto robusta e moderna, anzi più che moderna.
Il fatto è che, progressivamente, il paradigma educativo che ha costituito l'anima della nostra scuola - da don Lorenzo Milani e Mario Lodi, dal documento Falcucci alla legge 517/77, via via fino ai nuovi programmi della scuola media ('79), elementare ('85) e materna ('91) - si è indebolito e sta per essere sostituito dal nuovo paradigma vincente, quello economico.
La rivoluzione culturale del ministro Tremonti ha principi chiari: la scuola ha valore se risponde alle richieste del mercato, non se è luogo di umanizzazione attraverso la cultura.
Ai più basti una solida alfabetizzazione strumentale (leggere, scrivere, far di conto) e poi a lavorare. Attraverso la competizione si selezioneranno i meritevoli, su questi sarà produttivo investire.
Rischia così di chiudersi, prima ancora di essere stato completato, quel processo di riforma che, in sintonia con le riforme degli altri paesi europei, aveva preso avvio a partire dalla metà degli anni '90 e aveva ispirato l'azione dei ministri Berlinguer, De Mauro, Moratti, infine Fioroni.
Pur nella differenza non solo di stile personale ma anche di orientamento culturale e politico, c'erano forti tratti di continuità nell'azione dei diversi responsabili dell'istruzione. La consapevolezza dei punti deboli era accompagnata da un forte impegno di innovazione.
La scorsa legislatura aveva consegnato alla nuova una scuola "cantiere aperto", impegnata a completare la riforma, non una tabula rasa. L'agenda condivisa riguardava una riforma da completare, non una rivoluzione ideologica.
Quello che forse non è messo sufficientemente in luce è che il disegno di Tremonti distrugge non semplicemente le utopie della sinistra, e i fantasmi del '68, ma la stessa riforma Moratti.
Che spazio c'è per l'equipe pedagogica, quando ritorna il maestro unico? Che fine fa il portfolio, se si ripropone il voto? Che senso ha aprire l'offerta formativa della scuola alle proposte e alle scelte delle famiglie, se non c'è tempo che per una mera alfabetizzazione strumentale?
I capisaldi pedagogici di quella riforma vengono tranquillamente spazzati via.
Quello che viene presentato come ritorno al buon tempo antico e, insieme, come premessa di un futuro nel quale il merito sarà riconosciuto, gli insegnanti adeguatamente retribuiti, le classifiche internazionali scalate, è in realtà non una operazione di semplice cambiamento, ma di mutazione della natura della scuola.

Nella riforma Moratti convivevano con difficoltà e contraddizioni le due anime, quella funzionalista e quella personalista. La rivoluzione di Tremonti toglie ogni ambiguità.
Spegne la speranza; ci consegna una scuola da far paura.

Roma, 16 settembre 2008
Italo Fiorin, presidente del corso di laurea in scienze della formazione primaria dell'università LUMSA di Roma
A seguire una poesia di Danilo Dolci
C'è chi insegna guidando gli altri come cavalli
passo per passo:
forse c'è chi si sente soddisfatto così guidato.
C'è chi insegna lodando quanto trova di buono e divertendo:
c'è pure chi si sente soddisfatto essendo incoraggiato.
C'è pure chi educa, senza nascondere l'assurdo ch'è nel mondo,
aperto ad ogni sviluppo
ma cercando d'essere franco all'altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.
Danilo Dolci

7 commenti:

Pino Amoruso ha detto...

Tentativo squallido di privatizzare tutto
:(

Mimmo ha detto...

ciao Myriam leggi quello che aveva previsto calamandrei 50 anni fa sulla fine della scuola pubblica sul mio blog ce un documento incredibile.

a presto Mimmo

CARLO ha detto...

Ciao miriam, certo che la scuola sta subendo forti vessasioni da questo gruppo di fascisti,La gelmini,poveretta è solo una delle loro cavie, una nullità che si guadagnerà un po di soldini del popolo italiano per creare una scuola da far paura. Mobilitazione su tutti i fronti.Un bacio.

Anonimo ha detto...

E se invece avessero ragione?
In fondo la scuola italiana, lo dicono da molte parti, non funziona egregiamente.

Riccardo Di Palma ha detto...

formidabile presidente Berlusconi, accantonata la Gelmini, ha finalmente preso nelle proprie mani la questione del maestro unico (diventato da oggi ‘prevalente’). Nella conferenza stampa odierna ha detto che «non e' vero che scomparira' l'inglese alle elementari. Non ci sara' il maestro unico, ma il maestro prevalente. Rimarranno gli insegnanti di inglese, religione, educazione fisica ed informatica.» (Dal sito di Repubblica.)
Segnalo che nella relazione tecnico illustrativa allegata allo ‘Schema di piano programmatico del Ministero dell’Istruzione', quindi un documento ufficiale di fonte governativa che riassume gli obiettivi della Legge Gelmini, (in Italia Oggi 16/9/08 e anche sul sito http://www.gildavc.it/ tagli_IO_16-09-08.pdf) si legge che «L’insegnamento della lingua inglese dovrà essere affidato all’insegnante della classe opportunamente specializzato. Sarà previsto, pertanto, un piano di formazione linguistica obbligatoria della durata di 150/200 ore utilizzando all’uopo gli stanziamenti già iscritti in bilancio per le attività di formazione a favore dei docenti. Si prevede di eliminare nel triennio gli 11.200 posti di specialista». Significativamente il titolo del paragrafo è « Eliminazione dei posti di specialista di lingua inglese nella scuola primaria ». Si tratta ovviamente della solita disinformazione orchestrata dalla sinistra: avevamo capito che Eliminazione significasse che non c’erano più, invece da oggi significa che ci sono ancora. E' colpa nostra. :-)

Anonimo ha detto...

CIAO MIRIAM.
Nel decreto gelmini all’art.5 è previsto il provvedimento in base al quale i libri addottati a partire dal prossimo anno scolastico dovranno essere confermati alle elementari per 5 anni, alle medie e superiori per 6 anni. Il tutto per andare incontro alle insostenibile spese per i libri delle famiglie. Bene?. Non ne sono tanto sicuro e provo a spiegarmi. In Italia esistono circa trecento editori, la maggior parte di questi sono soprattutto editori scolastici cosidetti “puri”, cioè pubblicano esclusivamente testi scolastici. Questi saranno sicuramente colpiti dal blocco degli acquisti dei libri di testo con ripercussioni su fatturato e personale. Ma esistono anche degli editori non “puri” che cioè coprono anche altri settori dell’editoria e di altri mercati che non è il solo libro. Tra questi, oltre a Pearson, RCS, De Agostini c’è naturalmente la Mondadori. E nella Mondadori Education (proprietà berlusconi) confluiscono una quindicina di marchi (Einaudi scuola, Signorelli, Electa, Le Monnier, Minerva ecc.) alcuni acquistati di recente. Lo scenario che si percepisce è la fine dell’editoria scolastica pura, a vantaggio delle grandi concentrazioni editoriali, che si accaparrerebbero tutto il mercato con un grosso danno per il pluralismo delle idee. Questa è certo un’idea cara alla destra che permetterebbe il controllo dei contenuti e dei programmi, idea già proposta dall’ex presidente della regione Lazio, storace, che nel 2000 denunciava la faziosità (di sinistra) di certi manuali, soprattutto quelli storici. Ora lo stesso obiettivo si può raggiungere, più semplicemente, con meno editori, fedeli e controllabili (essendo, il più grande, addirittura di proprietà del presidente del consiglio). Si può parlare di un altro conflitto di interessi? Proposta: non si poteva pensare alla possibilità di detrarre il costo dei libri di testo scolastici dal reddito famigliare? Il risultato sarebbe stato più corretto e democratico, ma quando si tratta di democrazia al presidente del consiglio prudono le mani, nonché il portafoglio. tomas

Miryam ha detto...

Ciao Tomas!
Solo oggi leggo il tuo commento, il 30 sono stata a Roma per lo sciopero e il giorno dopo tra il lavoro e la stanchezza non ho guardato tutti i miei articoli.
Mi fa piacere risentirti e leggere un tuo commento. Mi trovi completamente d'accordo, è il solito fumo negli occhi anche questa storia dei libri di testo.
Non si conclude niente con la riconferma dei libri, anche perchè già prima era così , i libri si sceglievano per il biennio delle elementari e poi per il triennio , alle elementari poi il problema non si pone poichè i libri sono già gratuiti, alle medie e superiori , una volta scelti, non si poteva tornare indietro per i testi unici, un prof. lo poteva fare solo per i volumi validi per l'anno in corso e dopo una dettagliata relazione sulle motivazioni didattiche per tale cambiamento.
Il problema è secondo me, come tu hai detto dell'editoria che propina edizioni continuamente cambiando ben poco,così da non permettere di utilizzare testi di fratelli o amici di due o tre anni prima.
Sono d'accordo con te, questo provvedimento ha un altro scopo,oltre a favorire introiti per le multinazionali anche del gruppo del premier, quello appunto del controllo dei contenuti,specie per i libri di storia e ,forse, anche letteratura e filosofia,per quanto riguarda i programmi scolastici. Se si voleva aiutare le famiglie bastava appunto introdurre la detrazione per il costo dei testi.
Siamo alle solite, tutto fumo, specchietti per le allodole, fanno passare questi provvedimenti come aiuto ed invece questi hanno tutt' altro scopo. Purtroppo in comunicazione sono dei maestri, ed è quello che manca alla sinistra.
Il PD su questo lascia molto a desiderare. Dall'altra parte c'è un'infernale "macchina da guerra".
Ultimamente sembra che il centrosinistra l'abbia capito ma deve fare di più.
Io lo faccio sempre presente, quando posso,alla base campana ma , qui siamo messi abbastanza male,non so se poi i miei messaggi arrivano a destinazione. Tu, magari potresti fare di più. Ciao, alla prossima.

"L'uomo è uomo quando non è testardo. Quando capisce che deve fare marcia indietro e la fa. Quando riconosce un errore commesso, se ne assume le responsabilità, paga le conseguenze e chiede scusa. Quando riconosce la superiorità di un altro uomo e glielo dice. Quando amministra e valorizza nella stessa misura tanto il suo coraggio quanto la sua paura." (da "Il Sindaco del Rione Sanità" Eduardo De Filippo)

Un pò di cambiamenti

Curando un altro blog di politica "La sinistra che Vogliamo " insieme ad un gruppo di amici blogger,questo blog è in effetti una "fotocopia" dell'altro.Per tale motivo ho deciso di apportare alcuni cambiamenti soprattutto nei contenuti.
La politica analizzata criticamente,secondo il mio punto di vista, sarà sempre presente ma,accanto ad essa cercherò di discutere anche di altre tematiche che riguarderanno la società e l'individuo,il pensiero speculativo antico e moderno,i problemi del nostro tempo che possono anche travalicare il campo della politica come "fatto" in se.
Spero di essere compresa da chi mi legge
B L O G I N
R I S T R U T T U R A Z I O N E

VASCO ROSSI _BASTA POCO_